Nel Medioevo
Alla vergine Agnese è dedicato uno dei più antichi "misteri" o sacre rappresentazioni
medievali. Si tratta di veri e propri drammi, recitati normalmente davanti
alle chiese, per rendere più evidenti e comprensibili gli avvenimenti salienti
della vita di Cristo e dei santi. Alla declamazione si univa e spesso si sostituiva
il canto. Molte fonti riportano spesso le melodie delle parti cantate o indicano
talora che una di esse dovesse essere cantata dagli attori o anche da tutti
gli astanti sull'aria di un canto già noto. Il "mistero" provenzale di sant'
Agnese è riportato da alcune fonti due e trecentesche: il codice più completo
si trova nella Biblioteca Vaticana. La vicenda si basa in notevole parte sulla
narrazione che ne fa sant' Ambrogio. La fanciulla, appena tredicenne, si era
consacrata a Cristo, che ella definiva il suo sposo celeste. Il figlio del
prefetto di Roma (l'azione dovrebbe svolgersi all'inizio del IV secolo e quindi
sotto il regno di Diocleziano) s'invaghì di lei e la chiese in sposa. È a
questo punto che inizia la rappresentazione, i cui momenti più drammatici
sono sottolineati dalle varie melodie. Agnese rifiuta le richieste del giovane,
dicendo di appartenere a uno sposo che non è di questo mondo. Quando il prefetto,
padre del ragazzo, viene informato da un invidioso che lo sposo di Agnese
non è altro che il Dio dei cristiani, la sua reazione è spietata: condanna
la giovinetta ad essere portata in un postribolo e denudata, perché la sua
virtù sia vilipesa nel modo più turpe. In una invocazione al "Re glorioso,
il Signore" la madre di Agnese esprime tutta la propria disperazione per la
sorte della figlia; ad essa si contrappone la preghiera della fanciulla, che
chiede al "Re potente, creatore degli elementi" di difendere il suo corpo
dalla gente cattiva. La preghiera fatta con fede sincera - e non con la disperazione
della madre - è esaudita: Gesù non resta insensibile a chi lo invoca così
e invia l'arcangelo Michele a proteggere Agnese. L'intervento divino può tutto,
anche ciò che sembra assurdo alle menti umane: la presenza dell'angelo trasforma
il luogo di peccato in luogo d'orazione e le stesse meretrici ringraziano
il "bel Signore, Dio", crocifisso e risuscitato, per averle strappate al male,
intonando un canto di lode. Agnese, alla quale l'angelo aveva dato una bianca
veste, ringrazia a sua volta il Signore, che ha esaudito la sua preghiera.
Il figlio del prefetto, che nonostante tutto questo, tenta di avvicinarsi
ad Agnese, viene fulminato dal demonio e crolla morto all'istante. A questo
punto l'azione diventa di massa: se finora Agnese era stata contrapposta all'ottusità
dei pochi suoi nemici, ecco che, aizzata da un amico del defunto, tutta la
folla dei romani entra in scena, compiangendo il giovane e chiedendo la morte
della fanciulla, accusata di stregoneria. Il prefetto e la moglie esprimono
la propria disperazione: privi del conforto della fede, essi non sanno rassegnarsi
alla grave perdita, al punto che la donna vorrebbe addirittura seguire il
figlio nella morte. La contrapposizione fra rassegnazione cristiana e disperazione
di chi non crede costituisce uno degli aspetti di fondo nel discorso che l'ignoto
autore fa ai suoi spettatori. Ma qualcosa s'insinua nell'animo dell'addolorato
padre: un primo barlume, una scintilla di fede nel Dio onnipotente. Chiede
ad Agnese di risuscitare il morto. Persino un miracolo così strepitoso è possibile
a chi crede davvero e la preghiera che Agnese rivolge al "Figlio di Dio" per
dare maggiore gloria al suo nome e al suo regno trova esaudimento: il giovane
risuscita grazie all'intervento dell'arcangelo Raffaele che, nella melodia
del Veni Creator Spiritus, intima al demonio di rinunciare all'anima ormai
catturata. Ora il giovane stesso e i suoi genitori accettano Cristo. Tutto
sembrerebbe portare a un lieto fine; ma ancora una volta è l'intervento di
chi serve il demonio, ossia dei sacerdoti pagani, a far precipitare l'azione
verso il dramma. Il prefetto non ha il coraggio di opporsi a chi detiene il
potere effettivo nella Roma del tempo e si dimette dalla sua carica. Il suo
successore, Aspasio, decide la condanna a morte della fanciulla. Un rogo viene
approntato e, tra lo schiamazzo della folla, l'intrepida ragazza vi viene
gettata. Ed ecco un nuovo prodigio: le fiamme si dividono anzitutto in due,
risparmiando la condannata; poi le lingue di fuoco si piegano verso l'esterno,
raggiungendo e ustionando gli spettatori, avidi di sangue. Nel fuggi fuggi
generale Agnese canta il suo ringraziamento al Signore. A questo punto il
prefetto uccide personalmente la fanciulla, conficcandole la sua spada nella
gola; Cristo però aveva già inviato l'arcangelo Raffaele accanto alla martire,
che spira mentre l'angelo le canta il benvenuto nel regno dei cieli, sempre
con la melodia del Veni Creator, dicendole: "Figlia di Dio, bene hai operato
e ti sei guadagnata la corona, che ti manda il Figlio di Dio". Gli angeli
in coro intonano poi l'antifona "Veni, sponsa Christi", con cui iniziano i
vespri delle vergini. Mentre uno di essi canta "Haec est virgo sapiens", presentando
l'anima di Agnese a Cristo, l'azione scenica si conclude. L'ignoto autore
ha voluto quindi mettere in rilievo la fede della martire, che veramente ha
fatto prodigi, poiché nulla viene rifiutato da Dio a chi lo invoca con sincerità.
La "figlia di Dio" Agnese è divenuta sposa di Cristo per l'eternità.