Cristo non dimentica i suoi


Del martirio di Agnese non si conoscono i particolari giudiziario Non ci sono giunte le parole esatte del dialogo, che pure ci sarà stato, tra il giudice e la vittima. Abbiamo, invece, la ricostruzione fatta da un poeta cristiano, Prudenzio, che nasce nel 348, pertanto a non molti anni da quei fatti la cui eco è ancora assai presente all'interno della comunità cristiana. Secondo questa tradizione, quando il giudice viene a sapere che Agnese ha consacrato se stessa a Gesù Cristo, per costringerla a rinnegare la fede, la fa rinchiudere in un postribolo: "Tutti i giovani accorreranno a prendersi spasso del nuovo acquisto". E la piccola Agnese, senza battere ciglio: "Cristo non dimentica i suoi e non li abbandona". Ed infatti anche chi soltanto osa sfiorarla con uno sguardo malizioso rimane fulminato. Ma "riferiscono alcuni ch'ella abbia innalzato preghiere a Cristo chiedendo che fosse resa la luce all'esanime peccatore; e al giovane tornò allora con la vista l'alito della vita". "Cristo non dimentica i suoi": quale certezza affettiva della fedeltà del Signore. "Cristo non dimentica i suoi": è molto di più della risposta letterale di Agnese. Dalla testimonianza di Prudenzio comprendiamo che questa era l'esperienza e la coscienza della comunità cristiana. I cristiani sanno infatti che niente li può separare dall'amore di Cristo: né la tribolazione, né l'angoscia, né la persecuzione, né la fame, né la nudità, né la spada. Per questo la Bibbia afferma: "Per causa tua siamo messi a morte ogni giorno / e siamo trattati come pecore da macello" (Sal 44,23). Ambrogio, elogiando la figura di Agnese, parla di "un nuovo genere di martirio": "In una sola vittima avete un doppio martirio, di castità e di fede; rimase vergine e conseguì la palma del martirio". Condotta suo malgrado dinanzi all'immagine degli dei - egli racconta -la santa eleva le mani a Gesù. Nonostante l'età, è maestra di coraggio, "stetit, oravit, cervicem inflexit"; restò vergine e fu martire. Le tradizioni del martirio Riguardo alla vita di Agnese prima del martirio non esistono particolari notizie. Ciò non deve stupire: si possono facilmente immaginare le occupazioni e gli interessi di una fanciulla. L'unica cosa che si può affermare con certezza è che, anche per Agnese, tutto era cominciato con il semplice incontro con altri cristiani di Roma, la città che era stata testimone del martirio di Pietro e di Paolo. Da sempre il cristianesimo nasce e si diffonde così: attraverso un incontro, comunicandosi, come un contagio, da persona a persona.. Quanto al martirio di Agnese, in mancanza di fonti di prima mano, occorre riferirsi alla tradizione romana che è stata raccolta nella seconda metà del IV secolo principalmente da tre personaggi ben noti nella storia della Chiesa e dunque degni di ogni credibilità: papa Damaso, sant' Ambrogio e il poeta Prudenzio. Gli elementi comuni a tutte le narrazioni sono sufficienti a delinearne l'eccezionalità della figura. Tali fonti, che la critica ha sottoposto a una minuziosa analisi, concordano infatti su alcuni punti essenziali: l'età della santa (tra i 12 e i 13 anni), dato pienamente confermato dall'esame delle reliquie, e il martirio accettato con spontaneità per rendere testimonianza a Cristo della fede e della purezza. Altre informazioni certe sono il giorno del martirio, il 21 gennaio, e il luogo della sepoltura, sulla via Nomentana a circa due chilometri dalle Mura Aureliane, dove ancora oggi sorge la basilica a lei dedicata. Incerti rimangono l'anno della morte e le modalità del martirio. Quasi tutti i martiri nominati nella Depositio martyrum perirono tra la prima metà del III secolo e l'ultima persecuzione di Diocleziano. Periodo che coincise con la proclamazione degli editti di Decio (249-251), Gallo (252-253), Valeriano (257-258), Diocleziano (303-304). Secondo i più autorevoli studiosi, il tenore dei singoli editti promulgati dai primi tre imperatori è tale da escludere la condanna a morte di una fanciulla. Il martirio di Agnese va dunque collocato, con ogni probabilità, dopo la pubblicazione del quarto editto di Diocleziano, che estendeva a tutti i cristiani dell'Impero l'ordine di sacrificare agli dei. In tutto l'Impero, tranne che in Gallia e in Bretagna, cominciò una furibonda caccia al cristiano che fece scorrere fiumi di sangue fino all'abdicazione di Diocleziano (10 maggio 305) e all'avvento di Massenzio (306). Roma, ovviamente, non fu risparmiata, ma le numerose vittime che testimoniarono con il sangue la loro appartenenza a Cristo, anziché provocare un'atmosfera di terrore, inaspettatamente avevano generato un commosso entusiasmo. La luminosità del volto dei martiri parlava di un tesoro che non poteva essere loro sottratto. Le loro sofferenze si trasformavano in vittoria, riflesso della vittoria di Cristo. Aveva scritto infatti san Paolo alla comunità di Corinto, riferendo della propria esperienza e di quanto il Signore aveva operato tra gli apostoli: "Tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, essi hanno saputo portare nel loro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù fosse manifestata nel loro corpo" (2Cor 4,8-10). "Le gesta gloriose dei santi martiri fanno rifiorire la Chiesa in ogni luogo", dirà poi sant'Agostino. Trova così una plausibile spiegazione la spontaneità con cui - secondo le fonti -la piccola Agnese si presentò al carnefice. Quali tremendi supplizi le furono inflitti? Anche in questo caso non si hanno certezze, in quanto al momento della loro codificazione, nella seconda metà del IV secolo, i ricordi su quel fatto incominciavano lentamente a sbiadirsi. In ogni caso, le due versioni più accreditate, quella di papa Damaso e quella di sant' Ambrogio, presentano elementi che si possono tra loro armonizzare: il supplizio del fuoco e il colpo di grazia con la spada. Papa Damaso parla del supplizio del fuoco e del conseguente denudamento della piccola Agnese. Ciò induce a ritenere possibili sia il rogo che la pena delle fiaccole con cui si ustionava il prigioniero che poi veniva finito con un colpo di grazia. Il rogo sembra però da escludere perché le ossa della santa non presentano tracce di combustione. Ambrogio, invece, dice soltanto che la martire fu uccisa con un colpo d'arma: per decapitazione o con una pugnalata alla gola. Stando alla versione fornita da Prudenzio, Agnese fu decapitata; per la passio latina e la sua versione greca, la piccola martire, posta sul rogo le cui fiamme si estinsero, fu colpita alla gola. Secondo la passio greca e la sua versione siriaca essa invece morì sul rogo. Sia Damaso che l'inno ambrosiano mettono inoltre in evidenza la cura della fanciulla morente nel coprire il suo corpo denudato: l'uno con le fluenti chiome, l'altro con le vesti. Per la passio latina, Agnese, coperta dai capelli infoltiti e allungati miracolosamente, trovò un angelo che le porse una bianca stola e la rese intangibile. Ciò che però colpì maggiormente l'autore della passio latina, come anche il compilatore della passio greca, fu l'esposizione di Agnese in un luogo infame, che costituisce il nucleo centrale dell'inno di Prudenzio, il quale amplia una debole tradizione romana già raccolta da Damaso e da Ambrogio. Fu proprio la tradizione popolare a individuare il lupanare in un fornice dello stadio di Domiziano, detto anche circo agonale. Qui l'Itinerario Einsiedlense dellVIIl secolo segnala una chiesa dedicata alla santa, sostituita poi da papa Innocenzo X con l'attuale maestosa chiesa barocca del Rainaldi e del Borromini nello splendido scenario di piazza Navona e intitolata a Sant'Agnese in Agone. Lapassio latina aggiunge poi alcuni episodi, successivi al martirio di Agnese, ripresi e ampliati nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze nel XIII secolo. In uno di questi, per giustificare la presenza del corpo di sant'Emerenziana nella necropoli vicina a quella in cui era stata sepolta Agnese "<in confini o agelli beatissimae virginisAgnetis"), la legenda ritiene che le due giovani fossero sorelle di latte e che la prima, ancora catecumena, morisse lapidata mentre sulla tomba della congiunta, nel giorno del suo funerale, discuteva con una folla di pagani travolti poi da un terremoto. Un altro episodio, rimasto assai famoso, è la visione comparsa ai genitori di Agnese a una settimana dalla morte. Tra una schiera di vergini vestite d'oro la loro figliola incede accompagnata da un candido agnello: questo particolare è stato ripreso dall'iconografia della santa, divenendo il suo simbolo caratteristico costantemente presente a partire soprattutto dal XII secolo.