La vocazione


Pochi santi come Agnese hanno avuto una venerazione tanto costante e quasi universale. Eppure su pochi si è esercitata una critica tanto severa ed esigente. Si è giunti a negare la sua esistenza storica o a sdoppiare la sua reale figura. È stata perfino presentata come un personaggio fittizio,creato dalla propaganda ascetico-femminile dei papi. Ogni critica è stata già, ormai da decenni, autorevolmente confutata. Sullo sfondo - per Agnese come per molti altri santi dei primi secoli - rimane però un sospetto gettato da autori, secondo i quali, dopo l'editto di Costantino (313), e dunque con la conquista di una stabile libertà e di un certo potere, la Chiesa avrebbe lavorato non poco di fantasia: "Quasi tutto il periodo anteriore a Costantino fu visto come un'epoca di persecuzioni; i cristiani dei primi tre secoli divennero eroi, la Chiesa dei primi secoli divenne la Chiesa dei martiri. L'ammirazione, mescolata ad una forma di nostalgia e ad un complesso di colpa, portò ad una grande fioritura del culto dei martiri. La glorificazione letteraria dei martiri ebbe come risultato grossolane generalizzazioni". Al di là di ogni considerazione storiografica, più o meno legittima, una tale obiezione nasconde ultimamente il sospetto di chi, non per propria colpa, probabilmente ignora la dinamica della fede cristiana, cioè il come e il perché si diventa cristiani. Costoro forse immaginano che la Chiesa possa realmente fare proseliti servendosi della propaganda o di qualche fraudolenta, se non ridicola, operazione culturale. "Diciamo piuttosto che l'avere metodi migliori è inefficace quando si ha meno grazia e che l'unico vero problema è quello di stare in grazia di Dio", osservava, richiamandosi alla semplicità della Tradizione della Chiesa, don Lorenzo Milani. Il famoso priore di Barbiana contestava quanti - era il 1955 - ritenevano che l'efficacia della testimonianza cristiana fosse in qualche modo conseguenza diretta, non dell'attrattiva della grazia, ma dell'originalità dei metodi di apostolato. Al proposito Pio XI - il papa che proclamò patrona delle missioni una giovane monaca di clausura morta ad appena 24 anni, santa Teresa di Lisieux - nella sua enciclica missionaria, la Rerum Ecclesiae, ha usato parole di commovente realismo: "E veramente i predicatori evangelici potrebbero ben affaticarsi, e versare sudori e dare anche la vita per condurre i non credenti alla religione cattolica, potrebbero usare ogni industria, ogni diligenza, ogni genere di mezzi umani, ma tutto ciò non gioverebbe a nulla, tutto cadrebbe nel vuoto se Dio, con la sua grazia, non toccasse il cuore dei non credenti per renderli docili e attirarli a sé". Anche Albino Luciani (Giovanni Paolo I), quando era vescovo di Vittorio Veneto, ebbe a dire la stessa cosa: "lo vescovo e i miei sacerdoti possiamo istruire, illuminare, convincere anche, ma non di più; solo Dio può toccare il cuore e convertire". Dando un'occhiata ai primi martiri cristiani non è raro rimanere stupiti dalla loro giovane età. Spesso si tratta di giovani e di ragazze che non hanno compiuto nemmeno vent'anni. Cosa può averli spinti ad af frontare il carnefice? Dove hanno trovato il coraggio? Che cosa li ha resi così audaci? Normalmente, quando si affronta questo genere di discorsi, le persone di buonsenso subito pensano a un'infatuazione, a un entusiasmo di gioventù, a uno spontaneo quanto ingenuo amore per le utopie. "Eppure fanciulle di tale età - scrive sant' Ambrogio riferendosi proprio ad Agnese - non sono nemmeno in grado di sopportare lo sguardo severo dei genitori e sono solite piangere per delle superficiali punture di ago, come se fossero delle ferite. Ed ecco invece costei che non teme le mani, avide di sangue, dei carnefici". Siamo di fronte al mistero della vocazione cristiana. Certo Agnese, e come lei molti altri giovani cristiani, non avrebbe potuto accettare né la grazia della verginità né quella del martirio per amore di un'utopia o di un astratto ideale e, di per sé, neppure per l'adesione a una legge morale. "Così ti ha desiderata Cristo. Così ti ha scelta Cristo", dirà sant' Ambrogio parlando di Agnese ad altri giovani che seguono la stessa strada della verginità. "E chi potrà comprenderla (la verginità) con l'umana intelligenza, se nemmeno la natura l'ha inserita nelle sue leggi? Ciò che supera la consuetudine della natura... ciò che è al di sopra della natura proviene dall'Autore della natura". La ragione della verginità e del martirio è dunque nell'appartenenza alla realtà viva e presente di Gesù. È la gratitudine lieta per essere stati amati che rende possibile e ragionevole affrontare anche le più atroci crudeltà. Afferma ancora Ambrogio: "Chi infatti, avendo trovato un bene così grande, potrebbe lasciarlo?".